Il primo novembre cade la grande festa di Calenda, o Samhain (pronuncia: Souìn), il cui nome in gaelico significa “fine dell’estate”, che rappresenta da sempre l’inizio della parte oscura dell’anno stregonesco. In antichità a Calenda cominciava la prima delle due grandi stagioni dei Celti, Geirnred che aveva termine a Calendimaggio o Beltane con l’inizio della stagione estiva, Samradh. In seguito vennero aggiunte altre due stagioni, Earrach e Foghamar con inizio a Candelora e termine alla festa del Raccolto. Per le streghe, come l’arenile non appartiene né alla terra né al mare e l’orizzonte né al mare né al cielo, così il momento che segna l’inizio di una stagione e la fine di un’altra non appartiene a nessuna delle due, una sorta di anti tempo, una sottile linea di confine spaziotemporale dalla potente valenza magica. Per questo motivo le streghe scelgono per i loro rituali determinati
momenti magici come l’alba o il crepuscolo, il mezzogiorno o la mezzanotte.
Secondo la tradizione stregonesca a Calenda è possibile comunicare con gli altri “regni” e poiché la linea di demarcazione tra questo e gli altri mondi in questo momento è molto sottile, ai vivi è permesso visitare il regno dei morti e viceversa, perché i portali del Sidhe (il Regno di Mezzo) rimangono aperti e questo fa sì che scorra tra i vari regni un’energia ultraterrena notevole. A Calenda le streghe festeggiano la vita nella morte, per non dimenticare a se stesse che ogni fine è un nuovo inizio e ogni morte in questo mondo è una nascita nell’altro. Calenda è anche il giorno che celebra la fine dell’ultimo raccolto dell’anno, quello delle mele e delle nocciole, frutti sacri del Sidhe, simboli della sapienza stregonesca, e regalati agli umani dalle fate. Come per altri Sabba, anche per Calenda il fuoco ha importanza rilevante: le streghe accendono i loro falò nei boschi e sulle colline e attendono in silenzio attorno al tepore di quella sacra fiamma che gli spiriti dei defunti che hanno ricordato si congedino da loro in pace. All’alba del primo novembre ogni antica strega accendeva la propria torcia dal fuoco del Sabba e con la stessa riaccendeva il proprio focolare di casa come buon auspicio di luce per l’inverno da trascorrere. Si dice che l’abitudine a Calenda di accendere i lumini e collocarli all’interno di zucche cave sia da
attribuirsi a un’antica usanza celtica per cui ogni guerriero facesse lo stesso dentro il cranio di ogni suo nemico ucciso. Secondo la religione delle streghe, a Calenda il Dio cornuto (il Sole – Splendor o Lucifero per le
streghe italiane) affronta il viaggio attraverso il regno dell’oscurità, mentre la Dea Madre (la Luna – Diana per le streghe italiane) piange il suo amante ormai lontano, che tuttavia ha fecondato il suo ventre con il nuovo seme primaverile. Diana come Cerridwen dei Celti quindi, madre di vita futura dove il suo magico calderone viene visto come grembo materno di rinascita post-mortem. Per questa ragione Calenda è un periodo di riflessione, d’intime riscoperte personali all’insegna del cambiamento di ciò che in noi poco ci piace, per arrivare spiritualmente preparati alla nostra rinascita, conservando lo spirito saggio accumulato dal passato. È il periodo ideale per commemorare il ricordo dei nostri cari defunti ed è particolarmente propizio per tutti i tipi di divinazione. Calenda fu cristianizzata come Ognissanti e spostata dalla data originaria del 13 maggio da papa Gregorio IV nell’anno 834.

Tratto da “Il Sabba italiano”© – di Sheanan e ArdathLili