Attenti! Attenti! Arriva sa filonzana. Arriva con la sua gobba tanto pronunciata che quasi la spezza in due, arriva vestita di nero, con il volto coperto da una maschera orribile, cattiva e ambigua. Quel che tutti temono è il filo che tiene fra le mani; lei è la Parca sarda, quella che conosce il nostro destino, quella che assottiglia o spezza la nostra vita.
La figura, conosciuta in gran parte della Sardegna, è tipica del carnevale isolano; spesso compare alla fine della sfilata, quasi un monito dopo la baldoria tipica della festa.
La gente la teme e la rispetta ma non la gradisce; ha infatti una gran brutta fama, anche se nessuno sa da dove derivi.
La notte dei tempi, forse, l’ha vista nascere ma i racconti popolari non ne hanno conservato l’origine.
Alcuni dicono che la figura un po’ macabra de sa filonzana, accompagnasse i ragazzi a fare una sorta di questua nella notte di capodanno; ogni porta del paese doveva spalancarsi e regalare frutta secca e dolciumi. La presenza della “filatrice” doveva assicurare una buona riuscita della questua. Ma per chi non si dimostrava generoso, era inevitabile sentirsi rivolgere frasi o proverbi tradizionali di malaugurio.


“Piano piano, senza far rumore, cammini occultato nell’ombra della notte. Il silenzio, rotto solo dal frinire dei grilli e dallo stormire delle fronde degli alberi, avvolge ogni cosa. Solo Selene, argenteo solitario guardiano nell’immensità delle valli avite, guida i tuoi passi. Nei villaggi, i vecchi incartapecoriti da mille anni di fatiche ammoniscono severi che in questi recessi i tuoi passi siano sicuri e prudenti, ché incespicare nelle radici di un albero o in un sasso potrebbe risvegliarla, scotendola dal torpore in cui il progresso e la civiltà vorrebbero relegarla. Chi vive qui sa bene che è viva, è solo assopita e il suo risveglio, qualora volgesse il suo gelido sguardo verso di te, sarebbe nefasto, ché il filo della vita, spezzandosi, giungerebbe alla fine. La ‘filonzana’, col suo fuso dorato, fila la vita e stringe fra dita grinzose il destino degli uomini. Solo lei lo conosce. Quando t’incontra ti ruba la vita, l’estirpa dalla bocca e la porta con se: si nutre di essa. Qui, quando tutto tace, e il rumore dell’uomo s’acquieta, quando è solo la Natura selvaggia a cantare la sua nenia, la ‘filonzana’, orrida vecchia, ricurva sotto il peso del Fato, percorre le valli e i campi in cerca di Vite da portare lontano. Le conduce con sé, fra i misteriosi recessi insondabili per l’occhio dell’uomo. E’ una visione spettrale: vestita di nero, con un’orrida maschera calata sul volto, rassetta la casa con una scopa di crine e il bastone forgiato con le tibie dei morti. Ha gli occhi infossati e una sguardo di ghiaccio; ha lunghi, scomposti poveri resti d’incanutiti capelli, celati sotto un lurido brandello di panno dal funereo colore. Lenta e greve cammina fra i boschi e gli aridi campi percorsi dal fuoco, guada ruscelli, supera monti, incutendo timore a coloro che incontra per strada. Le genti la sfuggono fra mille scongiuri. Ma Ella prosegue riverita e temuta, fintanto che il filo di qualche povero cristo Lei spezza. Allora son truci lamenti di umili prefiche. Si levano mesti dalle povere case fatte solo di pietra. Ma è il destino dell’uomo, lo si accetta così, fra pianti e tormenti, come volle mandarlo chi la ebbe guidata a bussare alla porta. Se viaggi per monti e per valli, se sgombri la mente da inutili cure, la vedi ancor oggi, piccola nera vecchina, spiccare fra roccie bruciate dal sole o riarse dal sale.”
Ancor oggi è così!

Fonte web, autori sconosciuti

Fonte foto: http://amicomario.blogspot.it/2014/02/la-maschera-mezzo-di-trasformazione.html  Consiglio di leggere l’articolo davvero interessante