Tratto da “I segreti della stregoneria” di Jean De Blanchefort

La tesi, molto discussa, della dottoressa Margaret A. Murray circa l’origine dei culti stregonici è di un’estrema semplicità e non manca di un certo fascino. Si tratterebbe, secondo la studiosa inglese, di un “culto di Diana” che discende direttamente dai culti preistorici di fertilità e di fecondità legati alla Grande Madre e al re divino. La studiosa sosteneva che il culto di Diana era una religione altamente organizzata, codificata da tutta una serie di rituali e di celebrazioni legate all’antico calendario pagano e organizzata con i suoi sacerdoti e le sue regole di comportamento mutuate dal paganesimo delle origini. Certamente la tesi della Murray presenta numerose pecche e non è qui il caso di discuterla a fondo, tuttavia le congreghe di Stregoneria moderna si rifanno sovente a questa ipotesi e molte tecniche di Stregoneria che sono impiegate, o lo sono state, presso molte culture primitive localizzate in diverse regioni del mondo sembrano effettivamente derivare dagli antichi culti primitivi della fertilità. Presso molte popolazioni ci sono racconti su esseri femminili conosciuti con il nome di Streghe, nome che viene dal latino Strix, che a sua volta viene dal greco Strigx che significa “gufo” o anche “barbagianni”, uccello notturno che secondo gli antichi succhiava il sangue ai bambini. In alcune regioni del nord Italia è invece comune il termine di Masca – sinonimo di Strega – antica parola occitana e provenzale come afferma lo studioso Giorgio Brunetti: “Noi sappiamo dagli antichi che le streghe usavano murmurare carmina, cioè borbottare scongiuri. Ora, nella parlata volgare spagnola troviamo il verbo mascar, che significa non solo biascicare, ma anche masticar tabacco. Da questa formula verbale nacquero i linguadocani emmascà (stregare), masc (mago) e, infine, masca (strega).”

L’origine della credenza nelle masche o figlie della luna è da ricercarsi proprio presso gli antichi Celti. In molte regioni occupate da questo popolo fiero erano tenute in gran considerazione le druidesse, donne della casta sacerdotale dei druidi. Costoro, secondo la tradizione, potevano comandare ai venti e suscitare tempeste, predire il futuro e mutarsi in animali, guarire dalle malattie e compiere malie, tutto questo perché possedevano il potere di penetrare i segreti della natura. Le druidesse si riunivano di notte, in circolo, per adorare la luna che per esse era il pegno visibile dell’immortalità e dietro ordine suo regolavano le semine, la mietitura, i raccolti e le feste. Ogni loro grande cerimonia si teneva nella notte di plenilunio, si invocava la Grande Dea, si aspiravano i suoi raggi e non senza ragione i druidi e le druidesse tenevano in mano un falcetto simbolo della fase lunare. Dalle stesse druidesse, più tardi, nacque la credenza nelle driadi e nelle amadriadi, divinità silvestri che di notte tessevano danze attorno ai menhir o agli alberi a cui si mischiavano i satiri lascivi attratti dalle divinità boscherecce che danzavano seminude.

Ma naturalmente non fu solo la civiltà dei Celti a divinizzare questi personaggi. Giuseppe Bonomo scrive in proposito: “Tra le credenze e i culti pagani, che durarono per tutto il Medioevo, e proscritti dalla Chiesa si rifugiarono nella magia e nell’astrologia, il culto di Diana ebbe un posto prominente. Non a caso si credette che questa dea fosse a capo delle assemblee notturne. Identificata con la luna essa amava naturalmente la notte e nello stesso tempo incarnava una delle forme della triplice Ecate, la dea della magia, adorata con riti misteriosi, nei quali tutto era combinato per eccitare l’immaginazione e alimentare le superstizioni più crudeli.” Ecate era triplice: Diana in terra, Luna in cielo e Proserpina all’inferno. Madre di Perseo, Circe e Medea, il suo culto perdurò a lungo nell’Italia del nord e le feste in suo onore erano dette Ecatesie e iniziavano con una cena, per cui accadeva che le danze avvenivano a notte inoltrata come quelle delle druidesse. Tra le vivande più importanti, le uova, che si credeva avessero virtù espiatorie e perchè erano simbolo della generazione e attributo della dea che rappresentava la forza produttrice della natura. “Ecate inviava gli spettri e i fantasmi” scrive ancora il Bonomo “e, soprattutto, amava apparire di notte al pallido lume della luna, insieme con la schiena delle sue anime dei morti senza sepoltura e suffragio funebre, o di coloro che sono morti violentemente o innanzi tempo. Gli antichi credevano che Ecate facesse le sue apparizioni ai quadrivi, e da questa idea nacque nel Medioevo la credenza, conservata nell’Età Moderna, che ai quadrivi si corresse il rischio di incontrare il diavolo.” Ma le druidesse avevano in custodia il fuoco, un pò come le vestali romane. Ogni regione abitata dai Celti aveva un luogo sacro in cui ardeva un fuoco perpetuo, simbolo del sole, chiamato il “padre fuoco”.

Durante la notte del 1° Novembre, i druidi e le druidesse si riunivano intorno ai fuochi e li spegnevano, e a questo segnale tutti i fuochi della regione venivano spenti e ovunque regnava un silenzio innaturale, la natura stessa pareva senza vita perché nessun suono o movimento si percepiva; solo le anime dei morti si muovevano invisibili verso la “baia dei trapassati” per partire verso l’isola dei beati, la mitica Avalon. La credenza in donne di origine gallica dotate di poteri soprannaturali è anche confermata da Martino del Rio quando in Disquisitiones Magicae, opera fondamentale sulla magia edita nel 1616, afferma che alcune donne che vantavano di possedere il dono di predire il futuro, di svegliare tempeste e guarire i mali incurabili a mezzo di alcuni carmi erano dette Gallicene, il che ci ricollega alle gallizenae citate anche da Pomponio Mela e altri autori latini.

Ed è qui che i confini tra le streghe e le fate, come vuole la Murray, si fanno incerti. Le fate, presenti del resto anche nelle tradizioni dei Romani, che credevano nelle carmente, Dèe tutelari dei bambini avevano il potere di trasformare gli uomini in animali. Esse, secondo queste tradizioni, si radunavano una volta all’anno per punire chi aveva abusato dei propri poteri e premiare invece chi ne aveva fatto buon uso. Le fate, come le druidesse, si riunivano di sera al chiaro di luna e danzavano in circolo nelle praterie e al limitare dei vecchi boschi presso le sorgenti. Loro casa preferita erano le grotte dove quasi sempre si trovavano tesori nascosti e dove le sacerdotesse celtiche sorvegliavano e custodivano il fuoco sacro. E ancora una volta troviamo tutti gli elementi dell’antico paganesimo.

Certamente, vi è anche un aspetto tenebroso nei culti primitivi della fertilità, e in modo particolare in quelli connessi al culto della Madre Terra. Colui che porta la vita è, nel contempo, dispensatore di morte ed il grembo della terra, dal quale sono generate tutte le creature viventi del pianeta, è anche il sepolcro entro il quale tutti noi dobbiamo ridiscendere. La stessa Ishtar, potente regina del cielo, discendeva in quegli oscuri e ombrosi territori di morte. Ecco dunque che se “il culto delle fate” può essere visto come religione gioiosa e lieta apportatrice di fertilità e di benessere, per contro l’aspetto oscuro e fertile della Vecchia Religione può essere sopravvissuto nel medioevale “culto delle streghe”, un’altra faccia della stessa medaglia.

Spetterà poi al cristianesimo, la nuova religione dominante sorta con la dissoluzione dell’Impero Romano, il triste compito di disgregare e combattere le ideologie pagane allora imperanti nel vecchio continente, ed ecco che avviene la metamorfosi: gli idoli sono rovesciati, i vecchi Dèi buoni e generosi del paganesimo divengono demoni vomitati dal più oscuro degli inferi; druidi e druidesse si mutano in orrende megere votate al demonio e al male; gli spiriti saggi dei boschi sono divenuti folletti malvagi che non perdono occasione per compiere danni agli uomini. Pan è morto, ma il suo posto è preso dal Diavolo.

Così, se all’origine l’antica religione era soprattutto un culto della fertilità, con l’avvento del cristianesimo la soluzione imposta dalla nuova chiesa dominante fu completamente rovesciata. Le streghe che una volta erano le sacerdotesse che davano la prosperità all’uomo e alla terra vennero considerate esse stesse persone malefiche che agivano nell’ombra per procurare il male.

La bolla di Papa Innocenzo VIII del 1484 è sintomatica a tal proposito: “Abbiamo appreso che molte persone dei due sessi non fuggono da rapporti coi demoni, incubi e succubi, uccidono e fanno perire i frutti delle donne, i piccoli dai greggi, le messi dei campi, l’uva dei vigneti e i frutti degli alberi e uomini, donne, greggi e altri animali, viti e meli, alberi, erba, grano e altri frutti della terra; fanno sì che uomini, donne, greggi e animali soffrano e siano tormentati dentro e fuori e che gli uomini non generino e le donne non partoriscano ed essi impediscono l’amore coniugale di uomini e donne.”

Questa bolla, al di là di ogni dubbio dimostra sostanzialmente che la Vecchia Religione era essenzialmente basata sul culto della fertilità. Ed ecco che il nuovo Dio prende il sopravvento. Il Dio incarnato che viene dal deserto ha trovato uno stuolo di sacerdoti che lo servono devotamente e che diffondono la sua legge con il ferro delle armi e con il fuoco dei roghi. Accanto al mite fraticello che predica la carità e l’amore e che vive poveramente del suo lavoro servendo il suo Dio con devozione si accompagnano i ricchi vescovi che pretendono, e ottengono, le loro decime e i loro tributi e che vivono nell’opulenza mentre il popolino muore di stenti. E nelle campagne la croce è imposta con la forza e se la Vecchia Religione nelle sue manifestazioni pubbliche è una religione gioiosa e lieta così non lo è la Nuova Religione che si ammanta di simboli tetri e cupi. Se per la Strega-Fata il sabba è il vero paradiso colmo di inesprimibili piaceri poiché il suo Dio, o i suoi Dei, sono presenti con lei al festino non così è la messa dei nuovi preti, funzione religiosa contrita e sottomessa degli uomini e il divino. Troppo diverso è il modo di concepire la vita e la morte e il rapporto con il trascendente.

Molta acqua è passata sotto i ponti e oggi il paganesimo, inteso in senso lato, non è solo una religione e una filosofia, ma è anche un modo di vivere che deve insegnare, prima di ogni altra cosa, ad integrarsi nella natura manifesta per vivere in comunione con ciò che vive e prospera nel seno della Grande Madre. Oggi la nostra Stregoneria deve essenzialmente essere la visione spirituale di tutti coloro che si sento parte integrante della natura e dell’intero creato. Pagano, dal latino paganus, abitante del pagus, il villaggio, è colui che crede che il sacro non risieda solo in un unico grande Dio, ma sia in ogni cosa e in ciascun essere vivente. Non perdiamoci dunque nella notte dei secoli perché la Stregoneria, intesa come la Vecchia Religione delle origini, continua a vivere anche nell’Era Atomica e dei computer e si ripropone oggi, agli albori del Terzo Millennio, come l’unica grande religione del rispetto e dell’amore verso tutto ciò che vive nel mondo manifesto.

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