Continuiamo il nostro Filò scoprendo i vari miti della creazione. Stasera vi narrerò il mito della creazione Inca

Viracocha, il dio invisibile creatore dell’universo, aveva appena finito di modellare il mondo e non aveva ancora
creato il sole, né la luna, né le stelle: tutto era oscuro. Aveva però formato dei giganti, deformi in grandezza, scolpiti e dipinti, per vedere se fosse una buona idea creare degli esseri umani di quelle dimensioni. Poiché gli parvero di una proporzione persino superiore alla sua, rimase sconcertato e perplesso.
“No!” Disse. “E bene che la gente non sia tanto cresciuta: è meglio che sia della mia stessa grandezza.” E così modellò le persone come sono oggi.
Quasi subito gli uomini iniziarono a disprezzarlo. Alcuni adoravano i fiumi, altri le sorgenti, i monti, persino le colline: tutto era messo al pari dello stesso dio creatore. Viracocha era veramente offeso e decise di castigare tanta ingiuria con un’esplosione di fulmini. Il castigo però non colmava tanta ingratitudine e il dio, ancora più irritato, versò sul mondo un enorme acquazzone e una tal quantità di acqua che affogò quasi tutti gli esseri umani. Solo pochi, non colpevoli, riuscirono a sfuggire, perché il dio permise loro di scappare sulla cima di alberi altissimi che crescevano sulla vetta inaccessibile di monti dirupati. Là si nascosero in grotte e caverne della terra, da cui il dio stesso li estrasse quando l’enorme pioggia si quietò. A questi sopravvissuti diede l’ordine di popolare la terra.
Essi ringraziarono e iniziarono a tenere in gran venerazione le grotte, i monti, gli alberi e tutti i nascondigli che li avevano protetti.
Avviarono ai culti anche i loro figli e popolarono la terra di idoli e di tempietti. Ogni famiglia considerò sacro quel monte, quella grotta o quell’albero che avesse salvato un progenitore. Di nuovo Viracocha s’indignò, s’arrabbiò e trasformò tutti in pietre dure, perché si erano dimostrati tanto sciocchi che neppure un diluvio
d’acqua aveva potuto frenarli.
A quel punto Viracocha decise che era giunto il momento di dare vita a un’altra popolazione e per fare un lavoro ben fatto, pensò di vederci chiaro. Si convinse che era ora di accendere una gran luce.
Si recò allora a un lago, che stava poco più in là. Nello specchio d’acqua vi era un’isola, nota con il nome di Titicaca, il cui significato è “monte di piombo”. Giunto in quel posto magnifico ma oscuro, Viracocha ordinò che il sole, la luna e le stelle salissero nel cielo, per dar luce al mondo. Si racconta che all’inizio avesse
creato la luna molto più chiara del sole, ma quello, invidioso, proprio mentre stavano salendo nel cielo le gettò una manciata di cenere sulla faccia e da quella volta una certa oscurità di colore si può ancora vedere sul suo volto.
In tutto il suo viaggio, Viracocha aveva portato con sé tre piccoli esseri, affinché fossero suoi servitori e lo aiutassero nella creazione della nuova gente. Tra questi vi era Taguapacac, un uomo che, fatto non nuovo a quell’epoca, si rifiutò di obbedire agli ordini ricevuti dal dio. Viracocha, indignato, rivolse la sua ira contro quel piccolo essere insolente e disobbediente. Chiamò gli altri due perché lo catturassero e gli legassero le mani e i piedi. Poi lo misero in una zattera, che fu abbandonata tra le acque del lago. Taguapacac bestemmiava contro Viracocha per quello che gli stava facendo e minacciava che sarebbe tornato a vendicarsi, ma fu portato via
dalla corrente e non fu mai più visto.
Nel frattempo, Viracocha stabilì che lungo la sponda del lago sorgesse un tempio per adorarlo.
Poi lasciò il lago e si spostò verso la terraferma, portando sempre con sé i due uomini che aveva conservato. A un certo punto si fermò in una località che sembrava adatta. Era un posto solitario e isolato e su un’immensa pietra piatta il dio disegnò, dipinse e scolpì tutte le popolazioni del mondo, che aveva nei suoi pensieri. Fatto
questo, inviò i suoi due inservienti in ogni parte della terra, con l’incarico di conservare nella memoria i nomi di tutti i popoli dipinti e delle loro collocazioni nelle valli, nelle pianure e nei luoghi a cui erano destinati. I due inservienti partirono in direzioni differenti e si misero a chiamare ora un popolo ora l’altro. A ogni
richiamo ne apparivano, ed erano sempre nuovi e diversi. Il primo inserviente si mise all’opera tra le montagne della cordigliera. Il secondo in direzione della foresta che scende dalle montagne verso la pianura. Ognuno se ne andava, camminando e gridando a gran voce: “O genti, o popoli! Udite e obbedite alle parole di Viracocha,
che vi ordina di uscire e popolare la terra.”
Tutti i luoghi diedero ascolto e dai monti, dalle valli, dalle grotte, dalle caverne, dagli alberi, dai laghi, dalle colline emersero le popolazioni che oggi abitano l’ America.

Tratto da “Fiabe precolombiane”