Filò

La Brunese

Per il secondo racconto del Filò, ho scelto una storia popolare pugliese, non sono riuscita a trovare l’originale in dialetto, ma solo una versione riscritta in italiano in un libro di fiabe per bambini.

Mettetevi comodi che vi narrerò della bella chiamata “La Brunese”

Figlia del vento e della pioggia , la Brunese fu partorita durante una notte di plenilunio. Il vento soffiò forte quella notte sulle gigantesche e soffici nuvole che addobbavano la volta celeste: ed ecco! In un momento, aprirsi le cataratte del cielo ‘ inondando di pioggia la terra. Proprio durante quella notte magica e tempestosa venne alla luce la Brunese.
Da piccola la si vedeva girare nuda e sola, saltellante tra una palude e l’altra, paludi che cullarono i suoi vagiti, nate anch’esse in quella mistica notte di plenilunio.
Crescendo, divenne una giovine e stupenda creatura, riservata e un po’ scontrosa. Dagli Anacoreti, i monaci che vivevano in un villaggio poco distante, imparò i segreti dell’antica medicina. Si appassionò anche allo studio degli atri e della magia.
Era una donna bellissima, con lunghi capelli corvini che riflettevano il colore del mare, quando il sole alto nel cielo la copriva con i suoi raggi. La terra delle paludi, grazie alla bellezza e alle arti guaritrici della Brunese, divenne ben presto una meta di pellegrinaggio oltre che per pastori e villani, anche per cerusici, guaritori e astronomi. Proprio la soprannominarono la “Brunese”.
“Fa impazzire gli uomini” dicevano nel villaggio di Roca Nuova e nelle masserie vicine.
“Con quel corpo sinuoso e seminudo si aggira per le paludi, ammaliando e conquistando tutti. I suoi occhi neri e profondi incatenano di desiderio i nostri uomini” sentenziarono le comari, gelose di quella donna così speciale.
“Gli uomini si sfidano contendendosi il suo amore” aggiungevano. Ma di tutto ciò la Brunese non aveva alcuna colpa: amava prendersi cura degli altri , di coloro che soffrivano o che chiedevano aiuto. Preparava unguenti e mesceva pozioni medicamentose per sconfiggere la febbre malarica.Durante le giornate di vento faceva ardere fastelli di legna intrisi di filtri magici, affinché il fumo, spinto da suo padre il Vento delle paludi, debellasse i germi della malaria. Quando l’inverno volgeva verso la fine, faceva bollire dentro il calderone strani intrugli da cui usciva un vapore rosso sangue che saliva al cielo: sua Madre la pioggia, si occupava di trasformarlo in pioggia per nutrire le aride culture.
Ma, anche se tutto sembrava andare per il meglio, c’era qualcuno che di nascosto spiava quella meravigliosa creatura. Un uomo folle di passione che, era stato rifiutato dalla Brunese, tramava ora alle sue spalle.
“Mi vendicherò” continuava a ripetere a se stesso.”Non hai voluto il mio amore; troverò le armi giuste per la mia vendetta”

Non fu difficile per il malvagio che era stato respinto far diventare quella fata d’ altri tempi una malefica strega! Incominciò così un tam tam che si propagò dappertutto:
‘Nella terra d’ Otranto vive una strega cattiva!Nella terra d’ Otranto vive una strega cattiva!’
La notizia giunse anche a Giudici della Chiesa, che mandarono i frati inquisitori a indagare. I frati trovarono le prove che potevano tacciare la Brunese di stregoneria: prove fornite dai compari di quel signorotto, che la bella Brunese aveva più volte rifiutato.
Iniziò così nel 1587 il processo: la Brunese fu definita una donna perversa e peccaminosa, dedita alla stregoneria e, per tutto ciò, da cancellare dalla faccia della terra.
Gli atti d’accusa si basavano sulle testimonianze, che qui di seguito riportiamo:
‘Passavo un giorno da quelle parti… guardai il cielo e subitanee, come d’incanto, si formarono delle nuvole minacciose e, nonostante ci fosse un gran vento di tramontana, scoppiò un temporale. Cercai riparo dentro una grotta, quando l’eco di un canto mi raggiunse… Sbirciai fuori proprio difronte a me, su di un’altura vidi una donna completamente nuda cantare e ballare sotto la pioggia, mentre evocava le forze del male: era proprio lei la strega, la Brunese, e stava consumando un Sabba in onore del Diavolo! Che Dio ce ne liberi!’
Un’altra accusa recitava così:
‘Ho visto a Brunese rincorrere una lepre, prenderla e strapparle il cuore e mangiarlo proprio sotto i miei occhi, ancora grondante di sangue! Che scempio! Ha poi continuato il suo banchetto mangiando miele a piene mani con le api che le ronzavano attorno, impaurite e stregate anche loro da quella strega!”
Meschine accuse per gli inquisitori, ma c’era ancora un altro testimone che decretò la condanna decisiva della povera Burnese , dichiarando : “non passa notte di una piena che la Burnese non consumi malefici in un calderone invocando il Diavolo; dal calderone escono nuvole di sangue che lei manda verso il cielo dicendo queste parole:
Tieneti te ecchia spriculati cu calane le mal ‘ acque … Fitati te puariedi ‘ ncatinati cu nu ccasciane anime ‘ ntra ll’ isazze! ( Dent di vecchia per prosciugare le cattive acque … Fiati di poverelli incatenati per non far cader le anime nelle bisaccie!)”
“Questa è la prova che è una sciara , una strega che vende le anime al diavolo, consuma sacrifici umani, inneggia al maligno!”
Cosicché gli inquisitori ritennero le prove raccolte sufficienti per la carcerazione della Burnese. Non restava quindi che interrogare la strega e farle confessare i suoi misfatti, e questo anche sotto tortura se fosse stato il caso.
Confessione che sarebbe poi stata inviata al Tribunale dei Malefici, per far approvare a condanna al rogo.
Ma, ora che circolavano cattive voci sul suo conto, chi si azzardava più ad andare nelle paludi, con il pericolo di prendersi la malaria e magari anche qualche bella bastonata dalla Brunese…
Ma la Brunese non si fece cercare, né tanto meno aspettare; fu lei ad andare dagli inquisitori. Rifiutò e respinse con tutta se stessa le accuse che le avanzarono.
“I Re Magi d’oriente veneravano il Salvatore; sono forse degli stregoni per questo? E io, illustri Signori, sono più strega di loro! Zoroastro, al quale mi sono sempre ispirata e che noi tutti conosciamo per la sua scienza, grande detentore di sapienza, studioso delle erbe e degli astri che formano il firmamento, così ha detto: ‘ Come esiste nell’ essere umano il bene e il male, così esistono in natura dei demoni incorpori i quali, guidati verso il bene, si volgono in utili risorse positive per tutti‘”
La Brunese continuò a difendersi aggiungendo: ” io pratico la magheria della grande Medea, custode del Sacro Vello. Non sono figlia della Tessaglia, né della terra. Sono figlia della pioggia e del vento e da loro invocavo aiuto per liberare le nostre terre dalla malaria e dal germe informe del male. Dice ancora Zoroastro: Se si è dominati dalle passioni e da esse ci si lascia sopraffare, il fuoco che sa prendere forma di corpo ci brucerà!.
Ma non sarà il vostro fuoco a bruciarmi: mia madre la Pioggia, mi salverà spegnendo il fuoco, e mio padre il Vento, mi porterà tra le nuvole del firmamento che mi tennero in grembo, prima di partorirmi. E a voi tutti, sia negata la gioia di vedere la dolce terra di mele ca dugnu (miele che dono). La peste e la malaria non abbandonerà né voi, né i vostri villaggi, che io maledico ora e per sempre. Solo colui che seguirà, un giorno, lo sciame delle mie api, conoscerà la terra te lu mele e lu cutugnu ( del miele e del cotogno ); e sarà il figlio dei figli.”
Le maledizioni arrivarono presto a Roca Nuova: la malaria fu un flagello per gli abitanti; i sopravvissuti si spostarono verso l’entro terra in cerca di luoghi più salubri.
La profezia? Con il tempo, il ricambio delle generazione, quasi tutti dimenticarono la profezia.
Ma un giorno …qualcuno s’ incamminò verso la boscaglia: il figlio di un massaro! C’era uno sciame di api selvatiche: incuriosito e affascinato, il ragazzo cominciò a inseguirle.
Corse a lungo, come rapito da una strana magia, dietro quello sciame d’api. Finita la corsa, si guardò intorno, colpito dalla bellezza di ciò che vide.: una pianura verdeggiante, incontaminata, ricca di fiori di erbe aromatiche, “un vero paradiso terrestre, sicuramente mai visto da occhio umano”, pensò ad alta voce. Poco più in là vide, dentro il cavo di un albero di cotogno, il nido delle api.
Si avvicinò con un po’ di paura, per gustare quel nettare così invitante: ed ecco che le api , anzichè cacciarlo via attaccandolo, sembravano invitarlo a gustare il prelibato nettare. Allungò quindi un dito e lo intinse nel miele; in quell’attimo udi una bellissima voce di donna cantare: Mele dugnu allu figliu te lu figliu. mele dugnu a ci se fice giugliu! (Miele dono al figlio del figlio. Miele dono a chi si fece giglio).
Il ragazzo corse a casa a raccontare tutto ai propri genitori. Li condusse nella piana del miele, dove decisero di stabilirsi. Luogo che nel tempo iniziò a popolarsi, fino a diventare un fiorente villaggio a cui venne dato il nome di Mele Dugnu, in ricordo del canto da lui udito.
La profezia della Brunese si era così avverata, sorge ora nella terra d’ Otranto il paese di Melendugno.

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