é giunto il momento dell’equinozio d’autunno, i campi son quasi vuoti , la vendemmia procede a ritmo sostenuto… in questo momento di equilibrio fra luce e buio è giunto il momento di fermarsi e rendere grazie, mentre celebriamo l’abbondanza ricevuta ci prepariamo al freddo dell’inverno e alla “piccola morte” che lentamente conquista la terra.

Cos’è un equinozio?
La parola equinozio deriva dal termine latino ”equi-noctis“, che significa “notte uguale“, cioè la notte è esattamente uguale al dì. Gli equinozi sono 2 e si verificano in due precisi momenti dell’anno in cui il Sole risulta trovarsi esattamente all’intersezione tra l’eclittica e l’equatore celeste, che significa che il Sole si trova perpendicolare all’equatore terrestre e una linea immaginaria che va dal polo nord al polo sud divide esattamente a metà la Terra, definendone la parte illuminata e quella in ombra. L’eclittica è il percorso apparente che il Sole compie in un anno rispetto allo sfondo della sfera celeste; mentre l’equatore celeste è la proiezione immaginaria sulla volta celeste dell’equatore terrestre, che ha forma di un semicerchio. Gli equinozi segnano l’inizio della primavera e dell’autunno, infatti nell’emisfero settentrionale essi cadono esattamente il 21 marzo, dando origine all’equinozio di primavera, mentre il 23 settembre si ha l’equinozio d’autunno; invece nell’emisfero meridionale, essi risultano invertiti. Dunque durante gli equinozi si ha parità di ore di luce e di buio, per cui notte e dì hanno la stessa durata, cioè 12 ore ciascuno. In tutti gli altri giorni dell’anno il percorso giornaliero del Sole è parallelo all’equatore celeste. In particolare, in primavera ed estate si ha un percorso maggiore dell’equatore celeste, quindi il dì prevale sulla notte, mentre in autunno e inverno accade esattamente il contrario. Quando i calendari erano basati sugli eventi astronomici, la conoscenza di tali eventi (gli equinozi, i solstizi, l’avvicendarsi delle fasi lunari, ecc.) risultava fondamentale per la pianificazione delle semine e delle raccolte e questo fu un motivo fondamentale per l’accurata osservazione e studio del cielo fin dalla più remota antichità.

Feste tradizionali, miti e leggende legati all’ equinozio d’autunno
Partiamo dalla Cina che ha una festa molto suggestiva legata alla luna d’autunno (anche se la data non è propio identica a quella dell’equinozio secondo me sono collegabili).

Antiche leggende, che si intrecciarono con le celebrazioni della festa, contribuiscono alla calda considerazione nella quale è sempre stata tenuta in Cina. Secondo il calendario tradizionale cinese, il settimo, l’ottavo e il nono mese costituiscono la stagione autunnale. La Festa della Luna è chiamata anche Festa di Mezz’autunno poiché cade nel 15° giorno dell’8° mese lunare (quest’anno il 5 ottobre), esattamente nel mezzo della stagione, quando il caldo dell’estate ha ceduto il passo al fresco tempo autunnale, segnato da cieli azzurri e lievi brezze. In questo giorno la luna si trova alla massima distanza dalla Terra e in nessun altro periodo è così luminosa. In quel momento, come dicono i Cinesi, la luna è perfettamente rotonda. Nei villaggi i pesanti lavori del raccolto estivo sono già stati completati mentre quello autunnale non è ancora arrivato.

Le vere origini della Festa di Mezz’autunno sono ancora molto incerte. Le prime testimonianze risalgono al tempo del grande imperatore Wu Di (156-87 a.C.) della dinastia Han, che iniziò celebrazioni della durata di tre giorni, comprendenti banchetti e serate chiamate Guardando la luna sulla “Terrazza del Rospo” ( del collegamento del rospo con la luna si parlerà più avanti). Più tardi, queste cerimonie iniziarono ad essere celebrate dai nobili,quindi la popolarità si allargò a tal punto che finì per divenire una grande festa tradizionale. Sappiamo che il popolo, durante la dinastia Jin (265-420) continuava l’uso dei festeggiamenti della Festa di Mezz’Autunno, e simili resoconti ci sono arrivati dai tempi della dinastia Tang. Durante la dinastia Ming (1368-1644) le case e i giardini venivano decorati con numerose lanterne, e il suono di gong e tamburi riempiva l’aria.

Le offerte alla Luna e la sua contemplazione sono le attività principali della Festa. La sera, quando la luna si leva, tutte le famiglie si riuniscono all’aperto attorno a una tavola per ammirarne il chiarore e mangiare dei dolci della Luna, delle melagrane, delle giuggiole, delle pere, delle mele ecc. Chi è lontano da casa cerca di rientrare per raggiungere la propria famiglia. Ed è per questo che la Festa di Mezz’autunno è chiamata la Festa della Riunione Familiare (La luna piena è considerata il simbolo della riunione, del ritrovarsi).

Un altro aspetto caratteristico della festa sono i dolci della luna che si trovano in vendita poco prima della celebrazione. Un tempo, si potevano trovare dolci a forma di pagoda, altri a forma di cavallo con relativo cavaliere o pesce o animali. Altri ancora erano decorati con immagini di conigli, fiori o dee. Esisteva una miriade di differenti ripieni: zucchero, semi di melone, mandorle, scorze d’arancia, boccioli di cassia zuccherati, pezzetti di prosciutto o carne conservata. I dolci sono nello stile settentrionale o meridionale, ma gli ultimi (chiamati anche dello stile cantonese) sono i più popolari e si trovano in tutto il paese.

Prima del 1949, i negozi di giochi offrivano anche una grande varietà di giocattoli per caratterizzare l’occasione. Si potevano anche comprare raffigurazioni del Palazzo della Luna o della Dea della Luna, Chang E, o del coniglio seduto sotto l’albero di cassia mentre mescolava gli ingredienti per preparare l’elisir di lunga vita.

La gente benestante si scambiava regali, generalmente pere, uva, melagrane e dolci della luna. La forma rotonda di questi oggetti simboleggiava non solo la luna ma anche l’unità della famiglia.

La sera della vigilia della festa, gli amici si riunivano piacevolmente mangiando dolci, bevendo tè o sorseggiando vino. La sera seguente, venivano poste all’aperto, su un altare decorato con un dipinto del Palazzo della Luna e del Coniglio della Luna, offerte alla luna e, probabilmente, anche una piccola figura del coniglio di argilla.

Poiché la luna è associata unicamente con yin, il principio femminile, questa cerimonia veniva guidata da donne. Secondo un vecchio proverbio, gli uomini non adorano la luna e le donne non fanno sacrifici al Dio della Cucina. Quando le nuvole si disperdevano e la luna si alzava, la cerimonia iniziava. Le offerte, che venivano deposte in cinque piatti, consistevano in numerosi tipi di frutta: mele, melagrane (simbolo di fertilità), pesche, uva e meloni. Quindi venivano presentati i dolci della luna, 13 in tutto (numero che simboleggia il numero di mesi di un anno lunare pieno). Dopo venivano riempite di vino alcune tazze, acceso dell’incenso e dati alle fiamme dei soldi degli spiriti. Tutte le donne della famiglia, una dopo l’altra, facevano un passo avanti per prostarsi toccando il suolo con la fronte. I sacrifici alla luna, che spesso duravano fino a mezzanotte, terminavano bruciando i dipinti dedicati alla luna.

La tradizione druidica di Alban Elfed

Nella tradizione druidica l’Equinozio d’Autunno viene chiamato Alban Elfed (Autunno, o «Elued», Luce dell’Acqua).
Esso rappresenta la seconda festività del raccolto, segnando per parte sua la fine della mietitura, così come Lughnasad ne aveva segnato l’inizio.

Ancora una volta, il giorno e la notte sono in perfetto equilibrio, come lo erano all’Equinozio di Primavera, ma ben presto le notti cresceranno fino ad essere più lunghe dei giorni, e arriverà il gelo dell’Inverno.

Misteri Elusini (in realtà abbracciano entrambi gli equinozi)

Mysteria, plurale di mysterion, era il nome dato in Atene ad alcune feste in onore delle dee Demetra (Demeter) e Persefone (Persephone).

Le parole connesse con mysteria (e.g. mystes, mistikos) non richiamano le forme della mistica orientale ed occidentale, ma l’atmosfera di una festa notturna. Nelle Rane di Aristofane l’aura mistica che accarezza coloro che si avvicinano ai beati mystai, gli iniziati che danzano nell’aldilà, è l’odore delle fiaccole ardenti (daidon aura mystikotate).

I Mysteria erano un periodo di festa, durante il quale si svolgevano azioni sacre, riti e celebrazioni. Scrive Plutarco:
“en Elesusìni metà ta Mysteria tes panegyreos akmazoùses eistiòmeta … (In Eleusi, dopo i Mysteria, quando la riunione festiva era ancora al suo culmine, siamo stati ospitati …)” Plutarco Conv. II 2.

La radice verbale my(s)- è attestata nel greco miceneo.

Affine alla famiglia verbale di mysteria è telein (celebrare, iniziare); telete (festa, rito, iniziazione); telestes (sacerdote dell’iniziazione); telesterion (palazzo dell’iniziazione).

Due aggettivi si trovano strettamente connessi con Mysteria: aporrheta (proibiti) e arrheta (indicibili).

Culto pubblico e culto personale

I culti religiosi organizzati dalla polis erano indirizzati alla salvezza della polis stessa. Si richiedeva la protezione degli dei contro gli eserciti invasori, l’allontanamento delle epidemie, la cessazione delle carestie, ecc. Da notare che nella liturgia cristiana si prega ancora “Libera nos Domine a peste, a fame, a bello”.

I Mysteria erano forme di culto personale e miravano alla beatitudine dell’individuo dopo la morte.

Culto votivo e culto soteriologico

Non si devono confondere i Mysteria con le forme di culto votivo-pratico, ossia con la forma religiosa del “Se … allora …” (da ut dem), molto frequente nell’antica Grecia, ma diffusa anche ai nostri giorni.

Gli oggetti votivi che sono stati trovati ad Eleusi testimoniano solo della esistenza del comune culto votivo accanto alla forma religiosa soteriologica specifica dei Mysteria.

In un epitaffio del II secolo d.C. si afferma che quanto è stato “mostrato” dallo ierofante durante le notti sacre “è che la morte non solo non è un male, ma anzi è un bene” Inscriptiones Grecae II/III 3661, 6.

Platone ha scritto:”Quando ci si avvicina all’attesa della morte, compaiono la paura e la preoccupazione di cose alle quali non si era mai pensato” Platone, Repubblica 330d.

Plutarco ha scritto:”Molti pensano che una qualche sorta di iniziazione e purificazione saranno d’aiuto: una volta purificati, credono, continueranno a suonare e danzare nell’Ade in luoghi ricolmi di splendore, aria pura e luce” Plutarco, Non posse 1105b.

Luogo e tempo dei Mysteria

La festa dei Mysteria si svolgeva due volte ogni anno.

I Mysteria minori erano celebrati nel mese di Anthesterion (da metà febbraio a metà marzo) ad Agrai, un sobborgo di Atene. Avevano la funzione di purificazione preliminare con abluzioni nel fiume Ilisso.

I Mysteria maggiori erano celebrati nel mese di Boedromion (da metà settembre a metà ottobre) ad Eleusi, una città a circa 20 chilometri a nord-ovest di Atene, sul golfo Saronico, di fronte all’isola di Salamina.

I Mysteria non potevano essere celebrati al di fuori di Eleusi, luogo prescelto dalla dea Demetra. Pertanto non fu possibile alcuna diffusione del culto al di fuori del luogo consacrato, in contrasto con altri tipi di sacro mistero.

Una strada, detta Via Sacra, univa Atene ed Eleusi.

Ad Atene, ai piedi dell’acropoli, al margine dell’agorà, c’era un santuario, l’Eleusinion, dove si svolgevano i riti connessi con i Mysteria. Da qui partiva la processione diretta ad Eleusi. La processione venne sospesa durante la fase finale della guerra del Peloponneso. Nel 407 Alcibiade, che era stato accusato di aver profanato i sacri misteri nel 415 a.C., mostrò la sua pietà religiosa conducendo nuovamente la processione con la scorta dell’esercito. vedi Plutarco, Alcibiade 34, 3-6.

La processione si svolgeva dapprima da Eleusi ad Atene, dove venivano portati gli oggetti sacri, e sei giorni dopo da Atene ad Eleusi. Partecipavano iniziati, iniziandi e giovani (efebi). A partire dal 330 a.C. gli efebi assunsero un ruolo progressivamente sempre più rilevante. Ancora nel III secolo d.C. si trovano disposizioni per il magistrato responsabile degli efebi affinché organizzi la processione secondo gli antichi costumi. vedi Inscriptiones Grecae 1078 (circa 225 d.C.).

Gli ateniesi decretavano per mezzo di araldi un periodo di tregua per la celebrazione dei piccoli e grandi Misteri Eleusini.

Esperienza dei Mysteria

L’atto rituale nei Mysteria non si eseguiva sull’immagine cultuale della divinità, ma sulle persone che partecipavano alla festa. Il mystes, l’iniziato, subiva i misteri, ne era oggetto, ma nello stesso tempo ne era soggetto.

I Mysteria erano la festa dell’entrata nell’oscurità e dell’uscita verso la luce.

Il rito era composto da dròmena (cose fatte), legòmena (cose dette) e deiknùmena (cose mostrate)

La segretezza dei Mysteria consisteva nella indicibilità della esperienza (pathein), indipendentemente dalla volontà dei partecipanti al culto. Il divieto di esplicitare le forme del culto si aggiunse a questa indicibilità fondamentale.

Non si aveva apprendimento (mathein) che all’inizio, poi si trattava di un mutamento di coscienza (diathetenai).

Proclo scrisse che le teletai “provocano consonanza delle anime con il rito (dromena) in una maniera a noi incomprensibile, e divina, di modo che alcuni degli inziandi sono presi dal panico, colmi come sono di divino orrore; altri si assimilano ai simboli sacri, abbandonano la loro identità, acquistano familiarità con gli dei, e sperimentano la possessione divina” Proclo, In Remp. II 108 17-30 Kroll.

Il simbolismo dei Mysteria comunicava messaggi di vita e di speranza. Demetra era la Madre Terra e Persefone era il soffio vitale presente nel grano. I morti tornavano nel grembo della Madre Terra. Spighe d’oro venivano seppellite con i morti. La spiga di grano presentata dallo ierofante rappresentava il ciclo di vita: concepimento, crescita, morte e nuova vita.

I cristiani vennero a conoscenza del fatto che, al culmine della celebrazione, veniva mostrata in silenzio una spiga e seppero delle parole che venivano dette dai mystes: “Piovi”, guardando il cielo, e “Porta frutto”, guardando la terra. Non compresero e schernirono i Mysteria. Ippolito scrisse: “touto … estì tò mèga kai àrreton Eleusinìon mystèrion” (“Ecco il grande ed indicibile mysterion elusino”) Ippolito, Philosophumena V 7, 34. Da notare che le due frasi, ritenute segrete, comparivano sull’iscrizione di un pozzo presso la porta di Dipylon ad Atene e che tutti gli iniziati portavano spighe di grano.

Un altro cristiano, il vescovo Asterio, scrivendo intorno 440, quando ormai i pagani non potevano più smentirlo, affermò che una ierogamia avveniva in una camera sotterranea del santuario e concluse “una gran folla crede che la propria salvezza dipenda da ciò che fanno i due (lo ierofante ed una sacerdotessa) nelle tenebre” Engomion per i Santi Martiri, in Patrologia graeca, vol. XL, col. 321. Ovviamente non è stata trovata alcuna camera sotterranea, nonostante gli scavi nel telesterion siano arrivati fino alla roccia.

I celebranti

I Misteri Eleusini erano celebrati da magistrati civili e dai membri di due stirpi ateniesi: i Cerici e gli Eumolpidi. Queste due stirpi continuarono a offrire i loro servizi dalla più remota antichità fino alla fine del IV secolo quando i cristiani soppressero il culto.

Un basileus (re), periodicamente eletto, era incaricato dalla polis di Atene di sovrintendere alla organizzazione dei Misteri.

Un collegio di epistatai (magistrati civili) si occupava delle finanze.

Nella famiglia degli Eumolpidi veniva scelto lo hierophàntes (il primo sacerdote), letteralmente “colui che mostra gli oggetti sacri”.

I Cerici ricoprivano le due cariche immediatamente inferiori: il daduchos (portatore della torcia), che accompagnava lo ierofante nei momenti più solenni, e lo hierokerux (araldo sacro), che aveva il compito di aprire ufficialmente i Misteri.

I membri di entrambe le famiglie potevano celebrare i sacri riti.

Partecipanti al culto

Ai Misteri Eleusini erano ammessi uomini e donne, liberi e schiavi, greci e barbari purché parlassero la lingua greca. Erano esclusi solo gli impuri, coloro che avevano sparso il sangue di altri uomini.

I mystai (iniziandi) potevano ritornare l’anno seguente come epoptai (iniziati).

La partecipazione ai sacri Misteri non costituiva l’entrata in alcuna organizzazione o struttura di qualsiasi tipo.

Ogni iniziato, dopo la celebrazione delle sacre notti, ritornava alla sua vita di ogni giorno. Ma ogni mystes ricordava la sua esperienza e i symbola o synthemata che aveva appreso.

La partecipazione ai Mysteria di Eleusi non era esclusiva. Si poteva partecipare ad altri sacri misteri ed essere devoti anche ad altri dei. La libertà di culto era momento essenziale nel concetto di religione degli antichi. Non esistevano eretici, apostati o religioni concorrenti contro cui combattere. Nessuno aveva sviluppato una organizzazione esclusiva religiosa, ad eccezione degli ebrei. E i cristiani imiteranno gli ebrei rifiutando di integrarsi nell’Impero Romano e costituendo una propria società alternativa che riuscirà ad impadronirsi dell’Impero.

Il Ratto di Prosperina (Di Plutone e Prosperina se ne parla negli Inni Orifici ed è ambientata in Sicilia)

Racconta la leggenda che nelle vicinanze di Enna, venne Cerere a fecondare le terre, a portare la vita con la giocondità dei suoi doni. Cerere, sorella di Giove, era venerata come la dea che aveva insegnato agli uomini a coltivare i campi e a renderli rigogliosi. Cerere era la Madre terra.
Aveva una figlia incantevole di nome Proserpina, una fanciulla spensierata ed allegra, che soleva giocare con le compagne nei verdi prati alle falde dell’Etna. In quel tempo la dea Atena, insieme con ninfe amiche, dimorava presso l’Imera; la bella Artemisia prediligeva le sponde dell’Anapo. Biondeggiavano esuberanti le messi dei campi e tutti gli Dei discendevano dall’Olimpo per assistere alla festa della natura creata da Cerere.
Un giorno Proserpina, in compagnia delle Oceanine e sotto lo sguardo materno, era intenta a cogliere i fiori del prato. Inavvertitamente si discostò dal gruppo, per prendere un bel narciso. Ecco all’improvviso davanti a lei aprirsi la terra e sbucare dal profondo Plutone sulla sua carrozza trainata da cavalli prorompenti. In quell’attimo di sorpresa, Plutone afferra la giovinetta, e incurante delle sue grida pietose, la trae di forza nella carrozza e scompare nuovamente nelle viscere della terra. Un rapimento d’amore, visto che Plutone ha ghermito Proserpina per farne la sua sposa; ma anche un rapimento di morte.
Plutone in realtà era il più odiato fra tutti gli dei, perché il suo regno era quello delle ombre. Proserpina era morta con lui e tutto ciò era avvenuto con il consenso di Giove.
Cerere allarmata dalle grida della figlia cominciò a cercarla in ogni dove, ma invano. Corse forsennata in tutta l’isola, cercando e ricercando, disperata, Proserpina: chiedendo, ma nessuno sapeva darle notizia; frugando, senza darsi riposo dall’alba al tramonto. Calata la notte, accese alle falde dell’Etna due ramoscelli di pino, fiaccole improvvisate che per rischiararsi la via. E così fece per nove giorni e nove notti, senza prendere riposo, né cibo. Ancora invano.
Plutone era sceso agli Inferi, e in onore della delicata sposa, aveva fatto scaturire, una fonte azzurra, la fonte Ciana.
Malgrado Cerere avesse corso a lungo, sul suo carro trascinato da draghi, cercando in ogni angolo della terra le tracce della figlia scomparsa; nonostante avesse fatto dono agli uomini della mitezza leggi, poté solo sapere dove fosse stata trascinata sua figlia, non riaverla.
La verità le fu palesata da Elios, il dio Sole, che illumina la terra e con la sua luce discopre ogni trama oscura. Elios, che tutto vede e tutto ascolta, non poté non rivelare a Cerere lo svolgimento dei fatti, né tacere del consenso di Giove ai tragici eventi.
Cerere, distrutta dal dolore e dal tradimento del fratello, decise di ritirarsi, appartandosi dall’Olimpo, immersa nel tormento dell’animo e risentita contro tutti gli Dei, che in questa vicenda non si erano mossi ad aiutarla, contro le decisioni di Giove, al quale aveva chiesto, ripetutamente ma inutilmente, che le fosse restituita la figlia sottratta da Plutone.
Senza le cure della Madre terra, cessò dunque la fertilità dei campi e vennero i tempi della carestia e della morte. Giove vedendo la fame sterminare intere popolazioni, mandò in più riprese messi ad ammansire l’indignata Cerere, la quale irremovibile nel suo dolore rispondeva che sarebbe tornata alle cure della terra, solo dopo avere riottenuto in vita Proserpina. Giove, allora, spedì Mercurio come messaggero da Plutone.
Ma Proserpina aveva ormai perso la sua verginità, gustando il melograno, simbolo d’amore, che Plutone le aveva donato. Era dunque a tutti gli effetti sua sposa, e non poteva più tornare, fanciulla, definitivamente da sua madre.

E i cristiani? hanno infilato un santo il 29 settembre ^^
A San Michele Arcangelo, è attribuito uno dei compiti più importanti: quello della lotta contro le Forze del Male.
Per questo, è familiarmente raffigurato con la corazza e la spada di un guerriero nell’atto di calpestare e dunque sconfiggere Satana, rappresentato sotto forma di serpe o drago.

La sua spada ha valore simbolico: con essa, non solo trafigge il drago ma squarcia il buio, sconfigge le tenebre e riporta ai suoi protetti il conforto della Luce. Egli è dunque il protettore dalle insidie che provengono dalle forze oscure, è la roccaforte della Luce.

Questo suo aspetto di guerriero vittorioso ed invulnerabile gli assicurerà il grande favore da parte di tutti gli eserciti, dei soldati e dei regnanti di tutte le epoche. Infatti, già nel 313 l’imperatore Costantino gli tributa un intenso culto.

Dal mondo bizantino, il culto dell’Arcangelo Michele dilaga rapidamente ovunque, diffuso soprattutto dalla popolarità che gode fra i soldati.
Protagonista delle venerazione del popolo celtico-cristiano San Michele arcangelo potrebbe incarnare le caratteristiche del dio luminoso Lugh-Belenos, il dio che esprimeva la funzione guerriera e sacerdotale

Fonti:
Tutto Cina
Maat.it
dizionario universale dei miti e delle leggende

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