L’espressione culto degli antenati, si riferisce all’insieme delle pratiche e credenze religiose basate sull’idea che i membri defunti di una famiglia o di un clan veglino sui propri discendenti, e siano in grado d’influire positivamente o negativamente sul loro destino. I riti associati al culto degli antenati hanno in genere lo scopo di assicurare che gli antenati siano felici e ben disposti verso la propria discendenza.
Questa forma di religiosità ha una notevole importanza antropologica, essendo presente in moltissime culture. Vestigia di questa forma di religiosità si possono identificare anche in molte culture del mondo occidentale; un esempio è la festività cattolica della Commemorazione dei Defunti. Fra le culture in cui il culto degli antenati è presente in modo più radicato ed evidente si possono citare quella cinese e le numerose culture dell’Africa sud sahariana.

In Cina

In Cina, il culto degli antenati (拜祖, bàizǔ, o 敬祖, jìngzǔ), ha lo scopo di onorare il ricordo delle imprese nobili degli antenati. Nella scala dei valori della morale cinese tradizionale, la pietà filiale (di cui l’adorazione degli antenati è un’estensione), 孝 (xiào), è la principale. L’uomo pietoso riconosce e onora nei genitori, negli anziani e negli antenati la causa ultima della propria esistenza. In questo senso, la venerazione per gli antenati in Cina contiene elementi di confucianesimo e taoismo, e si colloca su un piano morale più che strettamente religioso. Ciononostante, molte delle forme in cui questa venerazione si esplica coincidono con quelle usate per comunicare col mondo spirituale. Per esempio, vengono allestiti altari in onore degli antenati, sui quali si fanno offerte e sacrifici, almeno in specifiche festività (per esempio nel Qingming, nel Chongyang e nella Festa dei Fantasmi).

Nell’Antica Roma

I Lari rappresentano gli spiriti degli antenati defunti che proteggono la famiglia e sorvegliano che tutte le attività e le cose vadano nel migliore dei modi. Gli antenati venivano rappresentati con statuette in legno od in cera (sigilla), che venivano custodite in casa nei larari, apposite nicchie atte a ospitarli. Secondo quanto narrato da Plauto, i Lari venivano rappresentati come dei cani e le loro immagini venivano poste davanti alla porta di casa per vegliare. Il 20 dicembre si svolgeva la Sigillaria, festa in cui ci si scambiava in dono i sigilla dei familiari morti.

Gli zingari e la morte

L’esperienza della morte è da tutti molto sentita. È un evento carico di tabù e di simboli che non coinvolgono solo la famiglia colpita dal lutto, ma l’intera comunità. I riti non hanno tanto lo scopo propiziatorio o espiatorio, quanto l’obiettivo di affermare con forza l’unità del gruppo. Si parla di riti in quanto ogni gruppo ha le sue usanze. Solitamente la veglia attorno al corpo del defunto dura tre giorni e al termine si celebra il rito religioso a secondo dalla confessione professata. I Rom Harvati seguono ancora un’antica tradizione: alla morte di una persona cara bruciano la roulotte e tutto ciò che gli apparteneva in vita, osservano un periodo di lutto molto lungo in cui è vietato pronunciare il nome dell’estinto. E’ diffuso tuttora il rito della “ libagione” che si compie lasciando cadere al suolo alcune gocce di bevanda, che può essere caffè o un alcolico pronunciando insieme “vasu mule”. Subito dopo viene effettuata la cerimonia religiosa. Al passaggio del corteo funebre la strada viene cosparsa di fiori. In testa al corteo sono poste le corone di fiori. E’ consuetudine che gli amici del defunto contribuiscano alle spese del funerale. Per i Rom xoraxanè, di origine bosniaca e di religione musulmana, è molto importante la vestizione del defunto: la persona viene profumata e vestita con un abito nuovo.

Questi sono alcuni esempi di come i vari popoli si confrontano con la realtà della perdita dei propri cari.

Ogni singola famiglia è influenzata dalle proprie origini vicine o lontane che siano, il mio rapporto con i miei antenati è il seguente.

Nella famiglia di mia madre c’è l’abitudine di non nominare invano chi è già passato a miglior vita, un po’ perché la vita non si deve mescolare con la morte, un po’ per il concetto di lasciarli riposare in pace. Se continui a nominare un morto lo tieni in qualche modo ancorato alla vita e gli impedisci di proseguire il suo viaggio nell’Aldilà

La famiglia di mio padre invece ha un approccio diverso con la morte, loro tengono ben separate le cose vive dalle cose morte. É come se considerassero la morte una situazione contagiosa, se muore una persona vengono bruciate tutte le cose appartenute a quella persona e anche il luogo dove è morto, sia esso una rulotte o una baracca, non ho idea del modo in cui si regolano ora che vivono in case di mattoni forse faranno un fuoco simbolico. Da quel momento la persona in questione appartiene al mondo dei morti e non va nè pianta nè ricordata altrimenti sentirà la mancanza della vita e tornerà a prendersi una persona a cui era affezionato per fargli compagnia nell’Aldilà.

Io conservo l’abitudine di non chiamare i miei morti, ma conservo il loro ricordo uso e conservo gli oggetti che ho avuto in eredità con rispetto e affetto.
Poche volte ho ricevuto visite dai miei antenati, la maggior parte delle volte è successo in sogno sono venuti a portare conforto e a volte ad aiutarmi e trovare un modo migliore per affrontare delle situazioni difficili.
Spesso quando mi sento distrutta o mi trovo a dover affrontare delle brutte prove sento il loro odore (tutti abbiamo un odore particolare che ci accompagna in vita), e questo mi dà la certezza di non essere sola è un po’ come una coccola.

Questo è il mio rapporto con gli Antenati, non riservo a loro un vero e proprio culto, mi limito a ricordarli il giorno di Ognissanti, a volte solo con una preghiera, se invece ho il tempo materiale di andare sulle loro tombe gli porto in dono una piccola porzione di cibo.

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